Incontri metropolitani

Nel molteplice via vai di uomini in giacca e cravatta, di donne in raffinati tailleur, di ragazze sorridenti e ciarliere che servono al bancone piatti “appena appena riscaldati”, di camerieri muti e sornioni che si limitano a commentare con una smorfia e frasi lapidarie i fatti del giorno, incrocio il viso di K. E non mi par vero.
Incontrarla lì, a 600 Km da casa e a tredici anni di distanza, in una giornata anonima di settembre, è talmente assurdo che mi convinco che non sia lei. Torno in ufficio e ci penso un po’ mentre mi occupo di editing, di bozze da correggere, di impaginazioni refrattarie alla disciplina dei criteri editoriali, di testi colmi di refusi che fanno saltare nervi e tempi di consegna. La cerco sul ‘faccialibro’ e le spedisco un’email.
Ci incontriamo qualche giorno dopo. Mi racconta di lei. Di anni difficili. Di persone sbagliate. Di battaglie combattute e vinte. Spesso da sola. Spesso contro tutti. Di vite che sbocciano, di attese inattese. Di terreni incolti da dissodare e rendere fertili. Di fiducia. Mi parla di fiducia, sì. Di come sia importante, nonostante tutto, delusioni e fregature comprese, tornare sempre a fidarsi. Di provare, comunque, ad affidarsi a qualcuno.
Parla e penso alla mia serendipity. Sento che sono lì non per caso, ma per qualcuno. Grazie a Qualcuno. E l’abituale ‘capacità’ di riuscire ad incontrare, in una città di quasi 3 milioni di abitanti, volti e storie che raccontano dei ‘miei altrove’ si trasforma da gioco in dono speciale. E ripenso al nesso che c’è fra spazio-luogo-tempo: uno spazio ha bisogno di significati condivisi per diventare luogo e quest’ultimo è garanzia perché possa parlarci il linguaggio lungo del tempo. Anche quello di storie personali, che inaspettatamente si re-intrecciano in questa grande città.
Parla di vita, K. Parla il linguaggio della vita. Sono le parole di quella vita che sconvolge l’ordinario, lo inabissa e lo trasforma. Quella vita che i fanatici della disciplina non riescono a capire. Quella vita che parla di futuro e di presente, che sa leggere il passato e comprenderlo. Persino perdonarlo. E sa poi coltivare il dono del sogno e riuscire ad inventarsi ogni giorno.
Ci salutiamo con la promessa di rivederci per raccontarci “il resto delle puntate”, come mi dice mentre mi sorride. Subito dopo, ancora per strada, telefono a F. e gli dico che gli voglio bene, ché la vita usa anche le parole per parlare e trasformare. Grazie K.!















