Sogni transitivi

“Scrivere in questo spazio è una sorta di palestra di alterità in tempi di solitudini forzate”, dissi qualche tempo fa. Ora che per me, invece, è tempo di ‘scritture forzate’ le parole diventano sempre più latitanti.
Non si fanno certo cercare quelle che ‘servono’ a (s)piegare i concetti, tristi e scarne ancelle di teorie banchettanti nell’agone delle tesi e delle antitesi, nel clamore della carta stampata. Quelle sì che arrivano, copiose e meste, pretenziose nei loro abiti distinti, volgari nella loro voglia di imporsi.
Non trovo più un grembo accogliente per quelle generative, per quelle ‘essenziali’, che bastano solo a se stesse, per quelle svogliate e capricciose, per quelle assonnate e cispose.
Non ho tempo e spazio per la ‘parola-ludica’, per quella che esprimendosi esprime, per quella che sceglie i giri inutili come quelli dei ragazzini che vanno per strada, per quella che nasce argentina tra un motto di spirito e una risata, per quella che viene qui a sostare come quando si ozia sotto i rami di un albero prima di riprendere a camminare.
Ed io che amo le parole di carne, quelle che ne portano addosso l’odore, che fiere si portano sull’uscio di casa stanche di fatica e vita come donne meridiane e, mentre passi, ti squadrano e congetturano domandandosi chi sei e cosa tu stia cercando, non sopporto le ‘parole-ombra’, quelle inconsistenti, scatole lucide per contenere i vacui sogni di potere.
Mentre faccio incetta di parole che giocano al mestiere più antico del mondo, ne incontro una che ha una storia da raccontare ed un sogno che coltiva con passione. Lei fa il verbo per campare, ma è un poeta dentro al cuore.
“Mi chiamo solidarizzare”, mi dice. “Vogliono che sia sola al mondo, che non abbia qualcosa o qualcuno da accudire e accompagnare. Proprio io, che nasco per stare accanto ad altri e camminare, non posso generare! Dicono, infatti, che non si possa nemmeno pensare che ci sia ‘qualcuno da solidarizzare’”.
Mi avvicino ancora di più e le chiedo come le possa esser d’aiuto. Mi guarda fisso negli occhi e mi dice: “Incominciami ad usare. Transitivamente, incominciami ad usare. Farai crescere, non solo me, e trasformare”.








In data 1 Aprile 2009 al 12:13
E’ bello ritrovarti…
In data 1 Aprile 2009 al 23:29
Mi è mancato questo spazio ed ho avvertito la… ‘vostra’ assenza.
Ciao Letizia! :*
In data 3 Aprile 2009 al 10:26
a mio modo di vedere non hai smesso mai di usarla, di dar corpo con i fatti a quello che racconti con le parole…
forse te ne manca ancora la piena consapevolezza, ma so che qualcuno e’ gia’ li’ che vuole aiutarti a acquistarne ancora
:****
In data 3 Aprile 2009 al 13:00
E che ‘aiuto’ sia, allora!
:***
In data 3 Aprile 2009 al 18:28
Io dico solo una cosa: era ora! Anch’io amo le parole di carne. Le sento, le vedo, le gusto qui, proprio in questa tua dichiarazione di non riuscire più a dire.
In data 5 Aprile 2009 al 19:07
Stavo cominciando a dimenticare cosa si prova a farsi trasportare dal tuo scrivere.
In data 7 Aprile 2009 al 18:27
Renée, tu sei maestra in quanto a parole di carne: le tue cantano, corrono, urlano e poi sudate ti avvolgono in un abbraccio. :***
Gio, …è un reciproco trasportarsi, dai retta a me
In data 6 Giugno 2009 al 18:38
io do retta, ma tu ancora esisti?
In data 9 Giugno 2009 al 18:59
Da qualche parte, ancora sì
Tanto tanto stanca per poter scrivere…. Leggo da Repubblica di oggi uno stralcio del libro nuovo di Saviano: “Scrivere è resistere”… Ma bisogna anche essere ’sereni e riposati’ per poter operare resistenze. E questo è momento di ‘fatiche’ altre. Ma ritornerò: si ritorna sempre ‘a casa’…
Un bacio