
Quale è il segreto di un compasso?
C’è un segreto negli oggetti, nascosto in quelli di uso quotidiano, celato in quelli speciali: è una sorta di mana, di forza vitale che li rende non solo efficaci, performanti rispetto alla funzione per la quale sono stati pensati, ma anche unici, diversi rispetto a tutti i fratelli omozigoti smerciati dall’industria e dal mercato.
Come non riconoscerlo nel pupazzo spelacchiato che ciondola appeso ad un pomo nell’ingresso della nonna?!
Come negarlo nel vocabolario più vecchio della casa, quello che troneggia sulla mensola dello studio, testimone di tre generazioni, fonte certa per sciogliere dubbi linguistici, giudice equo per dirimere controversie domestiche nate per l’uso ‘esatto’ della lingua e delle sue parole?!
È la familiarità, quello spartire lo stesso tetto condividendo tempi, parole e suoni, oziosi ed interminabili silenzi, a trasferire il mana da chi abita una casa ad essa e ai suoi oggetti, mutando quest’ultimi in bonari Penati.
È il tempo condiviso a trasformare questi stessi oggetti da scenario e arredo quotidiano a proiezione di sé.
È il nesso che li lega a doppio filo a momenti intimi, familiari e speciali, a rendere una decina di tozze madrepore un ricordo, trofeo per salate e raggrinzite mani bambine, testimonianza di prove d’immersione riuscite.
Anche gli oggetti, dunque, finiscono con l’assolvere ad una più sublime missione: definiscono le appartenenze, descrivono un cerchio magico all’interno del quale si collocano coloro che ne riconoscono l’unicità.
Il mistero che essi custodiscono è dato dal potere della ‘traduzione’, divenendo riserve di significato, ricettacoli di storie.
Per quanti abitano nella stessa dimensione circolare e ne assaporano la sacralità, essi rinviano ad un qualcosa di condiviso che li precede e li trascende.
Quale è, dunque, il segreto di un compasso?
È quello che custodisce questo che è ho davanti agli occhi: la punta ammaccata, consumata dall’uso. Come le conchiglie perlacee in mostra in un angolo della casa, anch’esso spunta la possibilità di un ricordo in me che lo guardo.
Ma è nell’angolo dell’apertura il suo segreto, il suo secondo segreto: maggiore è la sua misura, più grande sarà il raggio e, quindi, l’area descritta.
È questa la lezione segreta che custodiscono tutti i compassi del mondo e che la porgono anche al mio, il quale sonnecchia tra squadre e righelli in una vecchia cartella da disegno.
Invitano all’apertura dello sguardo, capace di cogliere familiarità e appartenenze al di là del vincolo di sangue, di quartiere, di fede politica, di religione.
Sollecitano a ricostruire storie e memorie, riconoscendo in esse percorsi condivisi ed altri ancora possibili.
Insegnano che si possono anche scegliere le ampiezze.
Ammoniscono che ad ogni ‘decisione’ circa il raggio d’apertura segue inevitabilmente un’esclusione. Il limes che essi tracciano, infatti, definisce e separa, sebbene – come ogni linea di confine insegna – abbia il potere di trasformarsi in membrana, in leva osmotica.
Penso a questo quando in mattinata leggo un’intervista ai Bluvertigo.
Alla domanda “Com’è stato andare in giro con capelli tinti e trucco in Brianza, dove siete nati?”, Morgan risponde “Mia mamma ascoltava Lodger e Aftermath, mio papà Simon&Garfunkel, per cui… è l’appartamento che conta, non il paese”.
‘È l’appartamento che conta, non il paese’.
Signor Morgan, mi permetta di dissentire. Soprattutto quando qualche pagina prima si parla di una Carfagna in vena di esternazioni alquanto discutibili, si accenna a possibili ‘reati di clandestinità’, si dà voce ad una Napoli assediata dall’inefficienza di una classe dirigente e asfissiata dalla diossina. Quando abbiamo ancora davanti agli occhi le violenze inaudite contro i campi nomadi, atto ultimo dell’incapacità tutta italiana di governare l’inserimento sociale di rom e sinti.
No, non è l’appartamento quello che conta (o, almeno, non solo!): il ‘mio appartamento’ - la famiglia d’origine, quella d’elezione e quella d’adozione - considera un valore la diversità. Stando a quanto dice, non dovrei indignarmi per ciò che accade attorno. Io, invece, mi indigno. E mi vergogno.
La vergogna, poi, (insieme all’orgoglio ci direbbe Seligman) è traccia del sentirsi parte di una comunità.
Il problema, dunque, sta tutto in un deficit di ‘comunità’, nel desiderio di abitare ‘appartamenti ipertrofici’, nel ritagliarsi spazi vitali sempre più minuti (privati del respiro di un’umma più estesa), nell’ossessione endogamica che tarpa le ali alla ricerca del volto dell’altro.
Credo che occorra tutti fare esercizio di goniometro, lavorando sull’ampiezza di sguardi e di prospettive.
Bisogna pensarci – al di là dei vissuti e delle personali appartenenze ‘ecumeniche’ – non snaturati da un contesto che genera razzismo, paura e odio verso il diverso, problematizzando quanto avviene.
E’ necessario lavorare – socialmente e culturalmente – prendendo spunto dal compasso: educare a riconoscere nell’altro (quand’anche diverso, Altro rispetto alla propria presunta identità) Qualcuno che può entrare – se solo lo si riesce a guardare altrimenti – nel proprio cerchio magico, condividendone storie, parole, significati e progetti.
Ecco, signor Morgan, dobbiamo solamente provare a coltivare la passione del compasso: soprattutto quella di esplorare aperture (ché nel tracciare confini siamo esperti), di generare comunità, di metterci nelle condizioni di ‘far contare‘ un po’ di più il Paese e… i paesi.