meridiana…mente

“Ho sempre volto i miei passi verso il sud. Il mio piacere è rivolto verso la luce, verso il Mediterraneo… Tutto in me parla di mare, di platani, di terrazze e di ristoranti al sole… Tutti i miei sensi e tutti i miei ricordi sono mediterranei.” (René Fregni)

27 Maggio 2008

Germogli di altrove

Pubblicato in Pensieri meridiani


Riguardo Ticket to Jerusalem,
per frenare i miei esilii volontari,
per convincermi di alternative,
di possibilità da abitare.

Dai miei non-luoghi,
mi misuro con la fatica
del dover riprendere a scrivere,
di dover affettare i concetti,
di ricucire lo strappo tra pensiero e parola,
di stratificare idee e metterle a decantare.

Mi confronto con il mio ‘mal di scrittura‘,
avendo la conferma di quello
che di me ho sempre saputo.
E’ lavoro di pancia,
quasi di parto,
gioco umorale,
che impone una resa.

Nelle pieghe di spazi plurali,
che non sempre si fanno abitare,
germogliano i miei altrove:
quelli che sincopati si affacciano
dai racconti degli altri,
interrogando il mio essere qui,
le coordinate di un desiderare
e di uno stare.

L’entusiasmo di T. di ritorno dal Laos,
che davanti ad una granita al limone
nel primo caldo dell’anno
mi parla di luoghi altri,
di incontri decisivi,
di ospitalità inattese:
segni inequivocabili
pronti a determinare scelte future.

E poi la rabbia di chi,
donna che incorpora il limes,
elenca i limiti del continente europeo,
a suo dire piegato ad un relativismo radicale,
incapace di discernere tra vittima e carnefice.
Le sue parole
e il mio spaesamento,
accanto al desiderio di non rinunciare a capire,
alla promessa di leggere ciò che scrive,
pur non condividendo quello che dice
mentre va tessendo insieme
lingue e cadenze diverse.

L’altrove di Renata
che si apre per denunciare,
per invitare
- come solamente
la musica dei poeti può fare -
a cogliere l’assurdità di altri limiti:
quelli che obbligano all’esilio,
quelli che normativizzano la norma
eleggendola a parametro universale,
quelli di coloro che sono affetti da disturbi gestaltici,
incapaci di vedere la diversità,
di farla germogliare.

Il mio è un altrove,
che si declina al plurale.
Provo ad abitarlo
prendendo sulla parola
le sette regole.
Procedo nell’ascoltare.

E riprendo dall’ascoltarmi,
dall’acustica dei miei spleen passeggeri,
dal suono che nasce nella danza interiore
di immagini acustiche che si sfiorano per significare:
gemma, germogliare,
orma, ombra,
collimare,
impossibile andare,
strada da fare
.

Mi affascina la prima desinenza,
che rimanda a rime temute;
abusate, quindi perdute.
Cocci da ricomporre
non per esposizioni musive,
ma per cogliere
l’ospitale natura
di vocali sorelle,
che si rincorrono,
mentre scoprono
la doppia natura del femminile:
capace di cura,
generativo,
e incline all’acerba competizione,
manipolativo.

Oggi. Annuncio d’estate.
Nasce l’idea di un ulteriore altrove,
che mi porta un po’ lontano da qui.
Verso spiagge. Attese. Da ritrovare.

20 Maggio 2008

La lezione del compasso

Pubblicato in Pensieri meridiani

Quale è il segreto di un compasso?

C’è un segreto negli oggetti, nascosto in quelli di uso quotidiano, celato in quelli speciali: è una sorta di mana, di forza vitale che li rende non solo efficaci, performanti rispetto alla funzione per la quale sono stati pensati, ma anche unici, diversi rispetto a tutti i fratelli omozigoti smerciati dall’industria e dal mercato.

Come non riconoscerlo nel pupazzo spelacchiato che ciondola appeso ad un pomo nell’ingresso della nonna?!
Come negarlo nel vocabolario più vecchio della casa, quello che troneggia sulla mensola dello studio, testimone di tre generazioni, fonte certa per sciogliere dubbi linguistici, giudice equo per dirimere controversie domestiche nate per l’uso ‘esatto’ della lingua e delle sue parole?!

È la familiarità, quello spartire lo stesso tetto condividendo tempi, parole e suoni, oziosi ed interminabili silenzi, a trasferire il mana da chi abita una casa ad essa e ai suoi oggetti, mutando quest’ultimi in bonari Penati.
È il tempo condiviso a trasformare questi stessi oggetti da scenario e arredo quotidiano a proiezione di sé.
È il nesso che li lega a doppio filo a momenti intimi, familiari e speciali, a rendere una decina di tozze madrepore un ricordo, trofeo per salate e raggrinzite mani bambine, testimonianza di prove d’immersione riuscite.

Anche gli oggetti, dunque, finiscono con l’assolvere ad una più sublime missione: definiscono le appartenenze, descrivono un cerchio magico all’interno del quale si collocano coloro che ne riconoscono l’unicità.
Il mistero che essi custodiscono è dato dal potere della ‘traduzione’, divenendo riserve di significato, ricettacoli di storie.
Per quanti abitano nella stessa dimensione circolare e ne assaporano la sacralità, essi rinviano ad un qualcosa di condiviso che li precede e li trascende.

Quale è, dunque, il segreto di un compasso?

È quello che custodisce questo che è ho davanti agli occhi: la punta ammaccata, consumata dall’uso. Come le conchiglie perlacee in mostra in un angolo della casa, anch’esso spunta la possibilità di un ricordo in me che lo guardo.

Ma è nell’angolo dell’apertura il suo segreto, il suo secondo segreto: maggiore è la sua misura, più grande sarà il raggio e, quindi, l’area descritta.
È questa la lezione segreta che custodiscono tutti i compassi del mondo e che la porgono anche al mio, il quale sonnecchia tra squadre e righelli in una vecchia cartella da disegno.

Invitano all’apertura dello sguardo, capace di cogliere familiarità e appartenenze al di là del vincolo di sangue, di quartiere, di fede politica, di religione.
Sollecitano a ricostruire storie e memorie, riconoscendo in esse percorsi condivisi ed altri ancora possibili.
Insegnano che si possono anche scegliere le ampiezze.
Ammoniscono che ad ogni ‘decisione’ circa il raggio d’apertura segue inevitabilmente un’esclusione. Il limes che essi tracciano, infatti, definisce e separa, sebbene – come ogni linea di confine insegna – abbia il potere di trasformarsi in membrana, in leva osmotica.

Penso a questo quando in mattinata leggo un’intervista ai Bluvertigo.
Alla domanda “Com’è stato andare in giro con capelli tinti e trucco in Brianza, dove siete nati?”, Morgan risponde “Mia mamma ascoltava Lodger e Aftermath, mio papà Simon&Garfunkel, per cui… è l’appartamento che conta, non il paese”.

‘È l’appartamento che conta, non il paese’.
Signor Morgan, mi permetta di dissentire. Soprattutto quando qualche pagina prima si parla di una Carfagna in vena di esternazioni alquanto discutibili, si accenna a possibili ‘reati di clandestinità’, si dà voce ad una Napoli assediata dall’inefficienza di una classe dirigente e asfissiata dalla diossina. Quando abbiamo ancora davanti agli occhi le violenze inaudite contro i campi nomadi, atto ultimo dell’incapacità tutta italiana di governare l’inserimento sociale di rom e sinti.

No, non è l’appartamento quello che conta (o, almeno, non solo!): il ‘mio appartamento’ - la famiglia d’origine, quella d’elezione e quella d’adozione - considera un valore la diversità. Stando a quanto dice, non dovrei indignarmi per ciò che accade attorno. Io, invece, mi indigno. E mi vergogno.

La vergogna, poi, (insieme all’orgoglio ci direbbe Seligman) è traccia del sentirsi parte di una comunità.
Il problema, dunque, sta tutto in un deficit di ‘comunità’, nel desiderio di abitare ‘appartamenti ipertrofici’, nel ritagliarsi spazi vitali sempre più minuti (privati del respiro di un’umma più estesa), nell’ossessione endogamica che tarpa le ali alla ricerca del volto dell’altro.

Credo che occorra tutti fare esercizio di goniometro, lavorando sull’ampiezza di sguardi e di prospettive.
Bisogna pensarci – al di là dei vissuti e delle personali appartenenze ‘ecumeniche’ – non snaturati da un contesto che genera razzismo, paura e odio verso il diverso, problematizzando quanto avviene.
E’ necessario lavorare – socialmente e culturalmente – prendendo spunto dal compasso: educare a riconoscere nell’altro (quand’anche diverso, Altro rispetto alla propria presunta identità) Qualcuno che può entrare – se solo lo si riesce a guardare altrimentinel proprio cerchio magico, condividendone storie, parole, significati e progetti.

Ecco, signor Morgan, dobbiamo solamente provare a coltivare la passione del compasso: soprattutto quella di esplorare aperture (ché nel tracciare confini siamo esperti), di generare comunità, di metterci nelle condizioni di ‘far contare‘ un po’ di più il Paese e… i paesi.

9 Maggio 2008

Quesiti di una ritrattista

Garcia Màrquez, letto e gradito, aspetta già da qualche giorno che mi decida a riporlo nello scaffale.
Attende accanto ad una Gordimer solare e dallo sguardo intenso.

Cerco di incastrarlo tra Emma Bovary e la Margherita di Benni, e mi accorgo che al suo interno conserva ancora il foglio di Chiaretta dell’alba di venerdì l’altro, con tanto di piantina stilizzata e le indicazioni per sopravvivere un giorno intero nella campagna empolese “senza gli amicici”.
Dall’altro lato, invece, spuntano appunti sparsi, scritti qualche ora dopo seduta all’ombra del Brunelleschi.

Passeggiando tra piazza della Repubblica ed il Duomo, ho capito che se fossi nata con in mano il dono di saper disegnare, di saper comporre le linee, i toni ed i colori avrei passato la vita a dipingere volti. Nient’altro che volti.

Leggo le mie parole di una settimana fa.
Un ragazzo dai modi gentili espone i suoi acquerelli: un Pinocchio malinconico dai colori pastello. Poco distante, una giovane donna, dall’incarnato chiaro e dall’aria solare, abbozza ritratti ai turisti corrugando appena appena la fronte …”.

Se per ogni vicenda intessuta di passione – lieta o triste che essa sia – nasce un’espressione diversa nello sguardo, una ruga nuova agli angoli della bocca, un modo altro di chinare il capo o di chiudere gli occhi allora ogni volto diventa la chiave di volta di una storia, mezzo esegetico per comprendere e per accedere a ciò che è stato, per sciogliere gli enigmi del presente.

La ‘questione’ del volto ritorna in questi giorni e fa eco a pensieri gemmati di recente.
Accede. Con il carico di ‘pro-vocazioni‘.
Ritorna mentre ascolto la tartaruga di Donnigio; mentre guardo il video di ciò che rimane di quello che un tempo fu un laboratorio di intuizioni maieutiche e mentre leggo un’email in cui si propongono esperienze estive di ‘co-evoluzione‘.

Ritorna quando T. racconta ad un pubblico assorto di Tonino e della sua fedeltà feriale ai volti e alla storia che ciascuno fragilmente custodisce.
Ritorna quando Chiaretta e Angelo mi chiedono che senso abbia coltivare uno spazio come questo, dove i volti non si incontrano e non si scambiano carismi e Mistero.

Mi ritorna in mente Lévinas, scoperta inattesa e straordinaria per una me sedicenne, in ascolto di sensibilità affini con l’intensità di chi assaggia un divenire incipiente.

Fondamentalmente genero domande. Balbetto ed abbozzo possibili risposte. Dolcianamente procedo, dando priorità alle prime e poca importanza alle seconde.
E poi sublimo fantasticando.

Mi piace pensare ad un’altra me, in un mondo parallelo: carboncino in mano e fogli bianchi da riempire; una piazza assolata e turisti desiderosi di lasciarsi studiare.
Ipotizzo persino possibili rivoluzioni. E sorrido mentre mi vedo invitare i ritrattisti dell’universo mondo all’unità, da Montmartre a piazza Navona, quali ultimi depositari della capacità di cogliere l’infinita variabilità dell’unico dire umano.