
Vado alla ricerca
di uno che sia bruciato sul fondo,
imbrunito sul lato.
Sono per me una sorta di madeleine,
i biscotti a trecce di mamma,
eredità di mani altre,
affaccendate, piene di cura.
Mi ricordano un clima allegro:
una cucina profumata di vaniglia,
torte e biscotti appena sfornati,
una stufa sempre accesa,
un lungo tavolo di marmo bianco
per metà canuto di farina
e per metà territorio conteso
fra braccia, dita, matite colorate, temperini,
quaderni, righelli, pennarelli, borsellini colorati.
“Ci fermiamo?”,
ci diceva mamma
nella sua cinquecento blu.
Una buganvillea ridanciana
faceva le moine sulla porta d’ingresso.
Accendo la tv:
vanno i titoli di coda del film di prima serata.
Una pioggia fitta e violenta
bussa ad una vetrata
illuminata dall’esterno:
sembra proprio che tuoni e fulmini
si siano dati appuntamento questa sera.
Scuoto il contenitore, scrigno di sapori.
Provo ad indovinare.
Eleggo un preferito, fidandomi dell’aspetto.
Nel groviglio di ‘amarcord’
spunta nella mente
l’espressione di A. di questo pomeriggio:
“E dove siamo? A Woodstock?!”.
Risponde bonariamente
al mio severo, non voluto, sentenziare:
“…niente regole per una convivenza sana:
l’unica regola è l’attenzione all’altro!”
Sorrido.
Come un amo esperto
questo pensiero
va a pescare,
tira su
l’episodio dell’altro giorno.
Ufficio postale e solita scena:
il ‘furbo del quartiere’,
nelle vesti di primo attore,
è impegnato a fregare il posto nella fila.
“Signorì, bbeata a lei!”,
commenta ironicamente
la signora accanto,
colta da stupore
per il mio mancato inveire,
per il mio pacato e lapidario argomentare.
Mi guarda.
Non si capacita.
E intuisco che le suscito tenerezza.
A me scappa da ridere
per me, per lei,
per la situazione:
e penso ‘questa la devo proprio raccontare a Chiaretta’.
Guardo l’orologio
e spengo la tv.
Continua questa sera il flusso di ricordi:
mi ritorna alla memoria
una casa piena di bambini
intenti a riempire pagine
di vocali e consonanti,
cicaleccio,
brusio di voci che si accavallano
mentre ripetono Quasimodo e Rodari,
mentre mandano a memoria,
faticosamente,
teoremi e tabelline,
quasi sudati, dolorosi, grani di rosario.
Vado a letto
con lo sguardo… pieno di colori
e un cantilenare stanco mi accompagna:
“Chissà se a quest’ora su Marte,
su Mercurio o Nettuno,
qualcuno
in un banco di scuola
sta cercando la parola
che gli manca
per cominciare il tema
sulla pagina bianca.”.