Esilii fioriti
“Chagall ha dimostrato che l’esilio non è una condanna, ma è un privilegio: è il luogo della spiritualità, il luogo dove si apprende la radice. […] per chi coltiva il privilegio dell’esilio, Chagall è un compagno di viaggio ed un fratello…”
In questo modo Moni Ovadia introduce la figura del ‘pittore visionario’ alla mostra in corso al Vittoriano…
Guardando quelle opere - così intensamente cariche di vita, di luce e di passione - mi sono chiesta cosa è quella cosa che trasforma l’esilio in privilegio, sdoganandolo dal territorio della nostalgia, dell’assenza forzata, della mancanza, della dolorosa lontananza.
In questi mesi tante donne mi hanno ‘fatto dono’ della storia delle loro personali diaspore famigliari: raramente si tratta di esilii nati da libere scelte, quasi mai portano i segni ‘del privilegio’.
Anche per questa ragione, non condivido del tutto quanto affermato da Moni Ovadia; eppure la compagnia di Chagall mi ha resa convinta che esiste questo qualcosa che riesce a trasformare il vincolo in possibilità, la separazione in conviviale ospitalità, la distanza in inattese comunioni.
Per qualche incomprensibile associazione mentale, mi viene in mente proprio ora una canzone che, probabilmente, non sento e non canto da anni:
“…e il deserto fiorirà, come un campo fiorirà...”.
Da qualche parte, non so ancora dove e quando, scoprirò come ‘fiorisce il deserto’.
Nel frattempo se qualcuno di voi ha qualche idea in merito, sono lieta di accoglierla…







